Il fisico Zangirolami: "Molte mascherine cinesi ffp2 non filtrano come dovrebbero e sono inadatte ai visi degli europei"

5' di lettura 22/02/2021 - In tempo di pandemia le mascherine sono diventate compagne irrinunciabili di vita. Alcune non hanno capacità filtranti adeguate, altre sono nate per visi orientali diversi da quelli europei, e non riescono ad aderire regolarmente. Di certificati in giro ce ne sono tanti falsi.

Un mercato variegato in cui pullulano sprovveduti e fuorilegge. C'è chi, per professione, mette questi dispositivi di protezione costantemente sotto all'occhio elettronico del microscopio: come ad esempio l'azienda Fonderia Mestieri, che ha deciso di creare un laboratorio con tutti i requisiti necessari per testare questi prodotti di difesa.

Marco Zangirolami, fisico, ex ricercatore dell'Istituto di metrologia nazionale (INRIM), ex metrologo del Cnr e presidente di Fonderia Mestieri, spiega: "Il laboratorio di misura filtrazione tessuti è nato egoisticamente per testare un nostro Dpi - che in questo momento stiamo solo regalando a chi ne necessita - perché ad aprile, quando siamo stati pronti, non esisteva nessun laboratorio in Italia in grado di verificarlo. Prima della pandemia - dice - ci occupavamo di ricerca e sviluppo per l'industria. Quando è arrivato il virus, ho aderito alla chiamata di Innova per l'Italia e insieme al Dipartimento di Chimica dell'Università di Torino ho messo in piedi un laboratorio per misurare la filtrazione dei tessuti. Durante questa fase, alcuni importatori onesti ci hanno fatto testare le maschere che importavano ritenendo anche loro che la sola verifica documentale non garantisse la qualità del prodotto. Non tutta questa attività iniziale è stata documentata, ma ritengo di aver controllato almeno un centinaio di prodotti dei quali circa il 50% non aveva un requisito di filtrazione sufficiente".

"Tutte quante le mascherine finite sotto esame, invece, non raggiungevano il requisito di tenuta sul volto richiesto dalla norma europea EN 149, in quanto la forma 'KN95', che presumibilmente ben si adatta alla morfologia del volto orientale (naso piccolo, zigomi quasi inesistenti), non funziona sul volto europeo. Anzitutto - sottolinea Zangirolami - non filtrano come dovrebbero. Il parametro della filtrazione, ossia quante particelle passano attraverso la maschera, è il primo che andiamo a misurare. La Ffp2 deve avere una capacità filtrante del 95 per cento, e poche raggiungevano quel livello. Poi c'è l'altro parametro cruciale: la perdita di tenuta. Poiché la sagoma delle Kn95 è progettata per i tratti somatici asiatici, sul viso degli europei perde un 40 per cento di tenuta, perché noi abbiamo il naso più pronunciato e gli zigomi più sporgenti. Ecco perché passa l'aria e si appannano gli occhiali. I produttori italiani che hanno cominciato a fabbricare questo modello, ispirandosi alle Nk95, hanno dovuto fare delle modifiche al progetto, aggiungendo un gancetto dietro la nuca o un biadesivo chirurgico nella zona del naso per aumentare la tenuta".

Per Zangirolami: "La seconda legge fondamentale della stupidità umana, dice che, la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. E così vale anche per i banditi. Non è la provenienza il problema, è la singola organizzazione che deve essere onesta".

Dal laboratorio torinese di Fonderia Mestieri, (qualificato dall'ente accreditato italiano Eurofins Product Testing Italy), sono state testate anche parecchie mascherine italiane. "Questo perché - dice il presidente - accogliamo i nuovi produttori direttamente in laboratorio per fare i pre-test (un po' come la pre-revisione per la macchina), in modo da arrivare all'iter certificativo avendo superato tutti gli eventuali problemi. Nessuna mascherina ha passato il test completo al primo colpo, ma tutte sono arrivate alla fine di un lavoro più o meno lungo di messa a punto superando a pieni voti tutte le 129 prove e i 37 condizionamenti previsti dalla norma Uni EN 149. L'industria italiana si piazza nel quadrante degli sprovveduti (per adesso), perché fidandosi delle promesse, gli imprenditori hanno investito (e anche pesantemente) per produrre seriamente, e adesso si trovano a concorrere con mascherine importate a 20 centesimi di euro, quando il costo della sola materia prima si attesta a circa 40".

"La sfida - dice Zangirolami - sarebbe equa se i bandi non fossero al puro ribasso ma cercassero e controllassero anche la qualità del prodotto. E non solo sulla carta. Non avete idea di quanti certificati falsi ci sono in giro, per non dire di peggio".

Per eseguire le misurazioni, dice il fisico: "Gli apparecchi richiesti dalla norma di riferimento, la Uni En 149:2009, sono introvabili. Ci vorrebbe un fotometro a fiamma, ma per l'aerosol non li fanno più. Noi usiamo dei contatori di particelle che ci permettono lo stesso di stabilire la capacità di filtrazione dei tessuti e la tenuta delle mascherine".

Il presidente Marco Zangirolami conclude con alcune interessanti considerazioni: "Vedo troppa gente che si affida alle mascherine di stoffa, griffate, lavabili: non funzionano! Se bagno un filtro lo uccido. Non esistono filtri lavabili. Servono per non avere la multa, ma non proteggono dal Covid. Se avessimo avuto e indossato le mascherine giuste dopo la prima ondata, non avremmo avuto la seconda. Per quelle di importazione bisogna guardare chi è l'ente notificato che ha rilasciato la certificazione. Lo si individua dai quattro numeri posti accanto al marchio Ce. Ovviamente però, solo gli addetti al settore sanno quali sono gli enti affidabili e quali no. La mia sensazione è che, con alcuni certificatori, è come prendere una cioccolatino da una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti capita".







Questo è un articolo pubblicato il 22-02-2021 alle 14:12 sul giornale del 23 febbraio 2021 - 593 letture

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