Nel 1995 commemorò in diretta a radio Shangai il massacro di piazza Tienanmen. Dopo 25 anni ha trovato rifugio nelle Marche

4' di lettura 18/06/2020 - Nel 1989, durante le proteste di piazza Tienanmen, Dalù era un giornalista della radio pubblica di Shangai. Simpatizzava con gli studenti che manifestavano e dava voce alla loro richiesta di libertà. Dopo il massacro del 4 giugno, come tutti i suoi colleghi, Dalù ha dovuto rinnegare le idee di libertà e firmare scuse ufficiali al partito. Poi la sua vita è continuata come sempre per sei anni, fino a che la sua coscienza non gli ha imposto di comportarsi diversamente.

Per incontrarmi Dalù ed il suo avvocato italiano Luca Antonietti hanno fatto un eccezione alla regola di precauzione che adottano nell'evitare di trascorrrere tempo nello stesso luogo. Luca e Dalù convivono con la possibilità di essere schedfati dai servizi cinesi e la cosa li inquieta, ma non li spaventa.
Mi accolgono in una accogliente villetta nelle campagne marchigiane, di cui non posso dire l'ubicazione per motivi di sicurezza. Mi accolgono con cordialità e grandi sorrisi, manteniamo le distanze per poterci togliere le mascherine. Dalù non parla ancora italiano e non è pratico con l'inglese, siamo costretti ad affidarci ad applicazioni che traducono istantaneamente dal mandarino all'italiano e viceversa.

Così, tra una correzione della traduzione e qualche frase in inglese, Dalù inizia a raccontarmi la sua storia.

Quell'anno, il 1995, sei anni dopo la strage, l'anniversario cadeva di domenica, proprio il giorno in cui andava in onda il suo programma, uno dei programmi radiofonici più seguiti di Shangai. Come ogni anno Dalù aveva ricevuto dall'ufficio di propaganda la raccomandazione a non parlare degli eventi di Piazza Tienanmen. In particolare la gente non doveva sapere che gli studenti erano stati massacrati dai carri armati.
E Dalù ha obbedito, ma a modo suo. Pur senza nominare piazza Tienanmen ha mandato in onda canzoni proibilte, provenienti da Taiwan. E ha concluso la trasmissione con queste parole: "Oggi è un giorno che noi cinesi non possiamo dimenticare".

Non ha fatto nemmeno in tempo a lasciare lo studio da dove trasmetteva che il suo capo lo ha chiamato al telefono per licenziarlo. E quello è stato solo l'inizio. Rinchiuso per giorni in commissariato Dalù ha vissuto momenti che preferisce non raccontare, fino a firmare per la seconda volta una dichiarazione che rinnega i valori della libertà.

Gli anni seguenti sono stati terribili: marchiato dal regime non poteva più trovare alcun lavoro. Ha tentato di aprire un negozio di dischi, ma il partito ha fatto in modo che chiudesse presto. Disperato non nasconde di aver pensato anche al suicidio. A salvarlo è stato l'amore di una donna, una sua ascoltatrice fedele con cui aveva una relazione da due anni e che non ha avuto paura delle conseguenze e lo ha sposato.

Nel 2010 Dalù si è convertito al cristianesimo. La Fede è diventata sempre più importante per lui, fino a diventare addetto stampa di alcune importanti parrocchie della diocesi di Shangai. In quel momento Dalù ha iniziato di nuovo a sentire la morsa del regime su di lui.

Sono stati i fatti di Hong Kong, la repressione delle manifestazioni studentesche, a far capire a Dalù che la situazione in Cina si stava aggravando. Decide quindi di venire in Italia con un visto turistico, con l'intenzione di non tornare più nella sua terra. Viene nelle Marche, scelte perché sono la patria di Padre Matteo Ricci, dove per un caso fortuito incontra Luca Antonietti. Tra i due nasce una sincera amicizia che porta il profugo a fidarsi dell'avvocato: gli rivela la sua identità. Antonietti chiede e ottiene lo stato di rifugiato politico.

Oggi Dalù sta studiando l'italiano e sta scrivendo un libro in cui spiega come funziona la macchina repressiva del regime cinese. Il futuro per lui è pieno di ottimismo, sa che le repressioni in Cina possono essere sconfitte dalla cultura. In 5.000 anni di storia la Cina ha creato culture molto diverse da quella ipercapitalistica che è egemone oggi. Per combattere repressione e violenza servono consapevolezza e cultura.






Questo è un articolo pubblicato il 18-06-2020 alle 23:58 sul giornale del 20 giugno 2020 - 230 letture

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