Ludovico Antonio Muratori: costellazione dell'intellettualità settecentesca italiana

2' di lettura 30/01/2020 - Viene ad oggi considerato il padre della storiografia italiana.

Ludovico Antonio Muratori nato a Vignola in quel di Modena da un’umile famiglia, coltivò con pertinacia e sacrifico il suo profondo, innato interesse per gli studi, ed entrò in seminario a tredici anni, da dove usci con il titolo di abate. Lo era per autentica vocazione, e non per comodo com’era di moda nel Settecento; animato da una profonda fede in Dio, non per questo si lasciò oscurare la mente dal fanatismo; fu anzi un uomo di Chiesa, e combatté il culto delle false reliquie, cosa che non lo pose certo in buona luce agli occhi di un clero particolarmente mondano. Da un punto di vista strettamente metodologico, Muratori lo si può definire un attento e meticoloso ricercatore di fatti storici, di cui comprendeva l’importanza per spiegare il presente, la situazione sociale e politica dell’Italia dell’epoca. Nel metodo di ricerca delle fonti, che comprendevano anche contratti notarili e i verbali giudiziari, si distanziò da Giambattista Vico, suo contemporaneo ma non altrettanto innovativo, impegnato nell’individuazione di una filosofia della Storia i cui ricorsi sono, a suo dire, regolati dalla Provvidenza. Muratori stravolge questa prospettiva, perché spiega come la Storia sia in realtà il risultato di azioni umane nei vari campi dell’esistenza. La misura dell’intelligenza del Muratori, che fu uomo stimato da un’esigua minoranza, soffrì quel suo essere fuori posto in un’Italia troppo meschina per poterne apprezzare le doti umane e intellettuali. Nemmeno le sue ricerche storiche furono sempre agevoli: impegnato nella ricerca di cronache friulane per la sua monumentale opera Rerum Italicarum Scriptores, Muratori chiede la collaborazione del letterato friulano Nicolò Madrisio, il quale si dice onorato della richiesta. Ne rintraccia i manoscritti presso il Conte Pier Antonio di Maniago, il quale però non dà l’autorizzazione affinché vengano stampati, o comunque ne siano divulgate anche poche pagine. Il tutto per ragioni politiche, poiché quei testi fanno riferimento anche alle lotte fra le città di Udine e Cividale da una parte, e i conquistatori veneti dall’altra. L’Italia non difetteva di uomini di valore, intellettuale e civile, purtroppo impossibilitati nell’utilizzare al meglio i propri talenti, con qualche eccezione soltanto nella Lombardia austriaca. Dalle loro lettere, dal loro stile involuto, si comprende un certo timore di fondo, una quotidiana acrobazia fra le maglie del potere, per conservare il “posto” e la libertà, libertà che di fatto assai spesso perdevano.






Questo è un articolo pubblicato il 30-01-2020 alle 00:25 sul giornale del 30 gennaio 2020 - 572 letture

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