La Chiesa dei perdenti

04/09/2008 -

Sotto questo titolo, quasi esplicitando la denominazione della rubrica che l\'ospita, cioè La Chiesa che vorrei, un noto settimanale cattolico - sul nome del quale è preferibile, per un atto di  carità, sorvolare - presenta un articolo talmente strano e campato in aria, da far pensare più ad un colpo di sole che ad una coerente riflessione di fede. Intendiamoci, l\'articolo compare nel numero del 27 luglio ed in quella data un\'insolazione ci può anche stare.



Subito dopo il Vaticano II, ci fu un\'esplosione di titoli siffatti: La Chiesa di domani, La Chiesa che sogno, Quale Chiesa, e via di questo passo. La cosa non esaltava certamente il Concilio, che s\'era impegnato a ridefinire la fisionomia della Chiesa per prepararla, come allora si diceva, alle prossime sfide; in effetti, almeno implicitamente ed in attesa che sogni e desideri si realizzassero, si contestava perfino l\'immagine di Chiesa uscita dall\'aula conciliare. E\' difficile trovare, fra i tanti sogni e desideri di cui allora si parlava a proposito e a sproposito, le insulsaggini e le illogicità contenute ne La Chiesa dei perdenti. Il testo ne è così pieno da soffocare la stessa possibilità d\'un filo conduttore. Si legge e si rilegge, ma la conclusione è sempre la stessa: buio pesto. Quanto a La Chiesa che vorrei, le osservazioni i giudizi e le proposte son tanto aberranti da legittimar il sospetto che l\'autore non abbia mai sentito parlare d\'un certo Cristo, della sua opera e della Chiesa da Lui fondata ed istituita come Egli la voleva, indipendentemente da come altri l\'avrebbero eventualmente voluta o desiderata, al fine di perpetuare nei secoli la salvezza da Lui compiuta.



La Chiesa che l\'autore vorrebbe è detto fin dall\'inizio: una Chiesa dove non esista la distinzione fra chi \"dalla vita ha ricevuto tutto\" e \"chi nulla\". Par di capire l\'impossibilità che nella Chiesa prenda campo una tale distinzione, perché ognuno ha effettivamente ricevuto qualcosa, con cui deve santificarsi ogni giorno. Perfetto. La Chiesa è la grande famiglia di coloro che dal Padre han ricevuto qualcosa: chi dieci talenti, chi cinque, chi uno, e ciascuno per rispondere, mettendo a frutto il dono avuto, all\'universale vocazione alla santità. Se questo tema fosse stato sviluppato, non saremmo qui a discutere d\'insulsaggini ed illogicità. Il male, però, sta proprio in questo: l\'unico pensiero che avrebbe potuto esser suscettibile d\'uno sviluppo positivo solo di passaggio è stato accennato e subito dopo sommerso nel \"mare magnum\" del non senso. E\', in realtà, un evidente non senso l\'aver posto la Chiesa di fronte al dovere di trovar un posto al suo interno a chi dalla vita \"ha avuto una delle povertà di questo mondo\". L\'autore non dice quale, ma se anche l\'avesse detto, sarebbe rimasto prigioniero del non senso o sarebbe andato a cozzare contro la testimonianza di At 4,32-35 che presenta una Chiesa, fin dal suo inizio, come \"un cuor solo ed un\'anima sola\", vera e propria \"communio sanctorum\", o partecipazione di tutt\'i suoi membri ( i santi) alle medesime cose sante, dove ricchi e poveri vivono in fraterna condivisione di beni spirituali e materiali. Ed avrebbe parimente urtato contro la plurisecolare realtà d\'una Chiesa che ha sempre visto nei poveri il suo vero tesoro e li ha dotati di scuole, ospedali, istituzioni di mutuo soccorso ed altre provvidenze, non azzerate né azzerabili dal cattivo esempio di qualche uomo di Chiesa, fosse anche altolocato. Se fosse stato capace d\'un minimo di logica, l\'autore avrebbe infatti allacciato l\'ipotetica \"povertà di questo mondo\" all\'azione santificatrice, con cui la Chiesa accompagna la vita d\'ogni suo figlio.



Ma la logica non si compra al mercato e l\'autore, come già detto, ne è assolutamente privo. Il suo chiodo fisso è \"la Chiesa dei perdenti\", quella cioè che \"si sa ancora chinare quotidianamente verso coloro che nella vita hanno avuto le cose sbagliate\". Si dovrebbe, dunque, dedurne che la Chiesa non si china mai verso coloro che hanno avuto cose giuste, esatte, non sbagliate; ma l\'individuazione delle une e delle altre resterebbe comunque un mistero. Sia ben chiaro, un mistero per tutti, non per l\'autore, sicuro di neutralizzar il mistero con l\'esempio d\'un muto introdotto in un coro non per cantare, ovviamente, ma per qualche servizio collaterale che lo sollevi dalla sua menomazione. Disgraziatamente, oggi questo non avviene, oggi nessuno se la sente d\'introdurre un muto in cantoria. Perché? ma è ovvio: \"per la purezza delle intenzioni\" e \"per la chiarezza della fede\", ci si preoccupa soltanto di \"distinguere il fuori e il dentro\". E\' dunque evidente che, per evitar una così sciagurata distinzione, mai i muti dovranno esser introdotti in coro, mai le intenzioni dovranno esser pure, mai la fede chiara; e necessariamente il fuori sarà valutato alla stregua del dentro. Come a dire: facciamo un po\' di confusione, introduciamo un po\' di malizia nelle nostre intenzioni, oscuriamo e smantelliamo le nostre motivazioni di fede, convinciamoci che chi è dentro è come se fosse fuori e viceversa, ed avremo finalmente la Chiesa dei perdenti, quella che si sa quotidianamente chinare etc etc.



A questo punto, l\'autore fa ritorno alla sua Chiesa onirica (\"la Chiesa che vorrei\") e si pronuncia a favore d\'una Chiesa \"cha abbia voglia di condividere la vita come esperienza, una vita in cui si succedono cose belle e brutte, in cui il peccato si alterna alla grazia per la condizione umana fallace e bellissima, per l\'avventura stupenda del perdono dopo il peccato\". Al contrario, che Chiesa orrenda egli è condannato a costatare: un \"organismo gestore dell\'esistente e amante d\'un certo passato\", incapace \"di gestire la comunicazione o succube di essa\". Un ente fallito, perché mentre gestisce l\'esistente, non riesce a gestire la comunicazione. Ma fallito soprattutto perché da esso \"si sente escluso il povero che diventa un fruitore di servizi, si sente escluso il divorziato per il quale non esiste una pastorale vera, si sente escluso l\'omosessuale che viene associato al pedofilo\". Dopo sparate come queste, chi pensasse ad un alieno lontano anni luce dalla realtà della Chiesa non sarebbe lontano dal vero. Un alieno supponente e soprattutto privo di parametri conoscitivi e valutativi adeguati. Alieno perché non sa, o non capisce che il peccato è l\'antidio e non gioca all\'altalena con la grazia. Alieno perché introduce come causa del peccato la \"fallace e bellissima condizione umana\", con stupefacente reticenza sulla natura del peccato stesso: una ribellione luciferina che dice di no all\'ordinamento divino ed allontana la condizione umana dall\'unico principio grazie al quale è \"bellissima\". Alieno perché ignora: 1. che il perdono non è un\'avventura, ma un atto del paterno infinito amore di Dio; 2. che l\'avventura (il peccato) non è la necessaria ed auspicabile premessa per propiziarsi il perdono e farne l\'esperienza; 3. che la Chiesa non può esser ridotta ad un\'organismo che gestisce l\'esistente: è al suo servizio, l\'accompagna per tutta la vita, gli lascia la piena libertà delle sue azioni e lo considera cooperatore del Regno di Dio.



Sì, la Chiesa ama il suo passato, ma solo per rispecchiare in esso il suo presente e con esso preparar il suo domani. L\'escluso, perfino quello che ufficialmente vien dichiarato tale, non è colui che la Chiesa ripudia, ma colui che liberamente e responsabilmente se n\'allontana, povero o ricco, omo- o eterosessuale, single, coniugato o divorziato. Quanto alla pastorale dei divorziati, l\'autore farebbe meglio a documentarsi un po\' prima di sparare le sue bordate: se c\'è un rilievo da fare, riguarda un\'eccessiva abbondanza di documenti e d\'iniziative pastorali riguardo a questo così come ad altri problemi.



L\'autore deplora il \"momento celebrativo nelle feste che si susseguono a ritmi incessanti\". Non c\'è bisogno di farsi spiegare l\'enigmaticità del momento celebrativo nelle feste che si susseguono a ritmi incessanti; lo rivela prima d\'esserne interrogato: \"il matrimonio dei figli, il battesimo dei nipoti e via via secondo lo schema classico e antichissimo, in cui ognuno si trova...vincitore nella vita e nella Chiesa\". Meraviglioso, davvero un pensiero forte. Nell\'attuale trionfo del debole, se ne sentiva proprio il bisogno. E quei ritmi incessanti di matrimoni, di battesimi e di tutt\'il resto! E poi dicono \"crescita zero\"!



Dop\'aver ammesso che questa è la vita delle parrocchie, \"che cosa spetta - si chiede l\'autore - a chi nella sua vita non ha costruito tutto questo\"? non gli spetta almeno \"qualche briciola di Chiesa\"? \"Abbiamo davvero qualcosa da proporre a chi si sente escluso\"? Ed ecco la bordata finale: se la Chiesa è di \"chi rispetta certe regole, allora essa è dei vincenti\", anche se \"buona ultima a vivere la pazzia dell\'edonismo che ha contraddistinto gli anni 80 (sic!), in cui il modello era il successo per tutti\". Stando così le cose, l\'autore si dichiara per \"una Chiesa che lasci a Dio il sovrumano compito di giudicare\". Neanche spremendosi le meningi si riesce a trovar il bandolo d\'una così intricata matassa. Ma proviamoci lo stesso: collegate con lo schema classico dei vincenti, vale a dire di coloro che rispettano le regole, ai perdenti (che ovviamente quelle regole non le rispettano) le parrocchie non riservan nemmeno una briciola di Chiesa, pur avendone essi pieno diritto. E codesti perdenti, agli esclusi, la Chiesa d\'oggi, serva dei vincenti, nulla ha da proporre. Non ne condivide, infatti, la condizione; anzi, sia pure come ultima venuta, si fa banditrice non più dell\'Evangelo, bensì dell\'edonismo anni \'80. Ma una Chiesa edonistica può ancora permettersi l\'arbitrio di giudicar il bene ed il male, i buoni ed i cattivi, lei, la cattiva che chiude le porte ai perdenti per aprirle ai vincenti?

Non è tutto, ma fermiamoci qui. All\'autore, un piccolissimo ed umile invito: se vorrà scriver ancora di teologia e contorni, acquisti prima, in questo campo, quella padronanza che presumibilmente ha come ricercatore economico, quale egli si definisce. Se non gli sarà possibile, ricordi il classico aforisma di Fidia: \"sutor, ne ultra crepidam\"!



Ai responsabili del settimanale cattolico, una preghiera: non dimentichino mai la gravissima responsabilità del loro impegno d\'evangelizzatori in prima linea; una parola sbagliata può sconvolgere e fuorviare un\'esistenza. Qualora, non convinti della bontà d\'un pezzo, si trovassero nell\'alternativa se pubblicarlo o no, ricorrano al giudizio e alla decisione di colui che, in ogni diocesi, è il \"Magister in Israel\". Una cosa è certa: nessun vescovo, se interpellato, avrebbe potuto permettere la pubblicazione sul suo settimanale diocesano, quindi a nome suo e sulla sua responsabilità, d\'un articolo così dissennato.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 04-09-2008 alle 01:01 sul giornale del 04 settembre 2008 - 2380 letture

In questo articolo si parla di chiesa, cultura, religione, rom, Brunero Gherardini